Un italiano su tre aspetta più di tre mesi per un esame diagnostico. Quasi uno su tre rinuncia del tutto a una visita specialistica perché i tempi sono troppo lunghi. E solo 13 persone su 100 vengono visitate entro una settimana dalla richiesta.
Questi non sono numeri esagerati per fare titolo. Sono i risultati di un sondaggio Noto Sondaggi realizzato per Il Sole 24 Ore, che ha confrontato la situazione italiana con quella di Spagna, Francia, Germania e Regno Unito. Il risultato? L'Italia registra le percentuali di attesa più alte tra tutti i paesi europei considerati.
Ma c'è un dettaglio che cambia tutto: la legge italiana prevede tempi massimi precisi per ogni visita ed esame. E quando questi tempi vengono superati, il cittadino ha il diritto di chiedere la prestazione altrove, pagando solo il ticket. Il problema è che pochissimi lo sanno — e ancora meno sanno come farlo valere.
Il problema, in numeri
Fonti: Noto Sondaggi / Il Sole 24 Ore; Altroconsumo 2023-2024
Messi insieme, questi numeri descrivono un sistema dove la maggioranza delle persone, prima o poi, si scontra con un'attesa fuori controllo. Per completezza, i dati dettagliati:
- Il 33% degli italiani ha atteso più di tre mesi per un esame diagnostico, e il 28% ha rinunciato a una visita specialistica per i tempi di attesa (Noto Sondaggi / Il Sole 24 Ore)
- Solo il 13% degli italiani riferisce di essere stato visitato entro una settimana
- 9 cittadini su 10 hanno avuto difficoltà a prenotare una visita o un esame con il SSN nell'ultimo anno, secondo un'indagine di Altroconsumo su 1.100 persone
- Il 67% dei pazienti ha avuto difficoltà a ottenere una visita specialistica nei tempi previsti, e il 50% è stato costretto a rivolgersi al privato (Altroconsumo, 2023)
- Oltre la metà delle visite (52%) e un terzo degli esami (36%) superano i tempi massimi previsti dalla legge
- Circa 4 milioni di italiani hanno rinunciato del tutto a cure o accertamenti per le lunghe attese, secondo il rapporto Censis-Fnomceo del 2022
- Tra gennaio 2023 e maggio 2024, Cittadinanzattiva ha raccolto 24.000 segnalazioni di cittadini impossibilitati a prenotare visite o esami nel sistema pubblico
Il diritto che (quasi) nessuno conosce
Quello che la maggior parte delle persone non sa è che esiste una legge precisa che fissa quanto tempo può passare tra la prescrizione del medico e l'effettiva erogazione della prestazione.
Si chiama "Percorso di Tutela Garantita", è regolato dal D.Lgs. 124/1998 (art. 3, commi 10 e 13) e aggiornato più recentemente dalla L. 107/2024. Funziona così: ogni prescrizione medica indica una classe di priorità, e ogni classe ha un tempo massimo di attesa:
| Classe | Significato | Tempo massimo |
|---|---|---|
| U | Urgente | 72 ore |
| B | Breve | 10 giorni |
| D | Differibile (visite) | 30 giorni |
| D | Differibile (esami diagnostici) | 60 giorni |
| P | Programmata | 120 giorni |
Se l'ASL non riesce a garantire la prestazione entro questi termini, il cittadino ha il diritto di ottenerla comunque — in intramoenia (cioè dal medico ospedaliero, fuori dal normale orario di servizio) o presso una struttura privata accreditata, pagando solo il ticket, senza costi aggiuntivi.
Non è un favore. Non è una scappatoia. È quello che la legge prevede esplicitamente da quasi 30 anni.
Funziona davvero? Il caso di Torino
I numeri teorici sono una cosa. I risultati pratici sono un'altra — e qui i dati raccontano qualcosa di sorprendente.
Nel 2025, a Torino, quasi 4.000 cittadini hanno attivato il percorso di tutela con successo. Solo l'ASL Città di Torino ha gestito 1.547 istanze, seguita da ASL TO3 (Pinerolo/Rivoli) con 1.120, ASL TO4 con 567 e ASL TO5 con 270.
Il dato più interessante non è il numero di richieste, ma cosa è successo dopo: nella quasi totalità dei casi, appena il cittadino ha presentato l'istanza formale, il posto è "apparso" all'interno delle strutture pubbliche — senza che fosse nemmeno necessario ricorrere al rimborso per una visita privata.
In altre parole: quando i cittadini fanno valere il diritto nel modo corretto, il sistema spesso si attiva. Il problema non è che il diritto non funzioni. È che quasi nessuno lo richiede.
Perché così poche persone lo usano
Se il diritto esiste da quasi 30 anni e funziona quando viene attivato, perché lo usano così poche persone rispetto a chi ne avrebbe diritto?
La risposta arriva da un'analisi di Salutequità del gennaio 2025, che descrive la situazione come una vera e propria "babele dei percorsi di tutela". Tre ostacoli concreti:
1. Le procedure cambiano da regione a regione. In Lazio esiste un sistema digitale automatico integrato nel CUP regionale. In Toscana si attiva con una telefonata al 116117. In altre regioni serve una PEC formale. In alcune zone del Centro-Sud, le informazioni sono praticamente assenti dai siti istituzionali.
2. Le informazioni sono difficili da trovare. Anche quando il percorso esiste, spesso non c'è una sezione dedicata e chiara sul sito dell'ASL — bisogna cercarlo dentro FAQ o guide nascoste.
3. Mancano le prove. Il dato forse più critico: i CUP quasi mai rilasciano un'attestazione scritta del mancato rispetto dei tempi. Questo significa che il cittadino, per fare valere un diritto che già ha, deve in pratica costruirsi da solo la prova che gli serve — uno screenshot, un promemoria, una conferma via SMS.
Cosa significa per te
Se hai una prescrizione medica con una classe di priorità indicata, e il CUP ti ha proposto un appuntamento oltre i tempi della tabella sopra, hai già gli elementi per richiedere l'attivazione del percorso di tutela.
Non è automatico — va richiesto. Non è garantito al 100% — dipende dalla valutazione dell'ASL. Ma i numeri di Torino dimostrano che, quando la richiesta è fatta correttamente, spesso funziona.
Il problema, come spiega bene l'analisi di Salutequità, è che farlo da soli significa orientarsi in procedure diverse per ogni regione, raccogliere prove che il sistema non fornisce volentieri, e scrivere una richiesta formale con i riferimenti normativi corretti.
È esattamente il problema che stiamo costruendo CuraInTempo per risolvere.